Timorasso
 
Il Timorasso non avrà conquistato una rinomanza internazionale, e in fondo molti lo considerano - a ragione - un vino "di nicchia", con i suoi quaranta ettari vitati in produzione e la sua identità locale. Dati che relegano, o forse proteggono, questa varietà di uva bianca in una stretta porzione di terra tortonese.
Il Timorasso resta un'emanazione della vita contadina; per lungo tempo è rimasto nascosto nell'àmbito casereccio, oltre che locale.
leggi il seguito dell'articolo: Il Timorasso al Vinitaly di Samuel Cogliati
 
 
 
 
 

Il Timorasso è coltivato e prodotto da tutte le aziende associate al “Consorzio Piemonte Obertengo”.
La storia di queste aziende, medie e medio piccole, è pressoché simile e contraddistinta da risvolti comuni, venendosi ad inserire in quel tipico retaggio contadino fortemente ancorato alla storia culturale, sociale ed economica del comprensorio agricolo.
Si tratta, infatti, di imprese contadine a conduzione familiare e gestite con l’aiuto di manodopera avventizia, la cui unità di struttura e di produzione si tramanda di generazione in generazione.
L’ultima, purtroppo, è quella che più di ogni altra corre il rischio di veder naufragare nel mare della competizione globale la sopravvivenza della propria attività, del pari di quanto accade in quei luoghi ove la realizzazione di economie di una rilevante consistenza viene ostacolata da insormontabili problemi strutturali.
Il forte vincolo di appartenenza che unisce e lega ogni singola realtà aziendale al territorio in cui essa opera e la necessità di cercare all’interno del proprio contesto produttivo le risorse per far fronte ad una concorrenza spietata, sono gli elementi che hanno giocato un ruolo fondamentale nell’indirizzare l’attività ed il lavoro quotidiani verso una qualità elevata, per ottenere prodotti di eccellenza.
Nulla di differente sarebbe stato possibile per chi crede fortemente nelle proprie radici e riesce ad cogliere con chiarezza il significato di quelle scelte viticole degli antenati che hanno saputo interpretare alla perfezione gli stretti nessi che legano la realtà produttiva all’ambiente ed al territorio.
Per questa ultima generazione di vignaioli tortonesi il ritorno al Timorasso ha rappresentato, sostanzialmente, il percorso più valido per affermare e valorizzare in modo decisivo la cultura contadina e la sua capacità di produrre benessere, solo momentaneamente interrotta dopo le illusioni del boom industriale e le effimere millanterie dell’epoca post-industriale.
Del resto oggi l’attenzione che i centri di ricerca scientifica in viticoltura dedicano al vitigno è maggiore a quella che soltanto dieci anni fa veniva riservata dagli stessi enti alle genetiche internazionali: e ciò ha, indubbiamente, consentito ai viticoltori di acquisire un numero consistente di informazioni utili e di poter contare su elementi come lo studio di zonazione e la selezione clonale per ottimizzare le produzioni viticole ed enologiche.

Considerazioni tecniche

La conduzione del vigneto prevede protocolli integrati secondo le normative del p.s.r. (ex reg. 2078) per quasi tutte le aziende, tranne la cooperativa Valli Unite di Costa Vescovato, l’azienda Pernigotti Adele di Carezzano e la Vecchia Posta di Roberto Semino ad Avolasca i quali godono di certificazione biologica.
I vini Timorasso con menzione di vitigno in etichetta dei soci dell’Obertengo sono tutti in purezza da sempre. Il disciplinare del “Colli tortonesi Timorasso” in essere dalla vendemmia 2005 consente l’impiego di altre uve bianche non aromatiche ma raccomandate nella Provincia di Alessandria per un massimo del 5%.
I principali caratteri ampelografici riguardano la buona vigoria del germoglio che appare striato di rosso nella parte apicale, il viticcio molto robusto e numeroso, la foglia con seno peziolare aperto e, infine, il grappolo che si mostra molto compatto per alcune linee genetiche, ma anche spargolo in altre linee, laddove è frequente ed abbondante un aborto fiorale. Denominatore comune è l’acino obovato di dimensioni medie.
La produttività segue le caratteristiche morfologiche del grappolo, ma sa essere comunque generosa, a fronte di una forte tendenza alla cascola nel periodo di maturazione tecnologica. Soffre nelle tipologie a grappolo compatto per una disposizione agli attacchi di botrytis fungo saprofita piuttosto distruttivo, mentre media è la sensibilità alle altre principali patologie della vite.
Non esistono ancora una o più line clonali in collezione, ma l’Istituto di Viticoltura dell’Università di Milano ha individuato, grazie alla elevatissima variabilità genetica all’interno della cultivar, almeno quattro linee con differenze sostanziali. Il lavoro di ricerca è ancora in corso ed in parte è stato svolto dalla dott.ssa Elisa Semino dell’azienda associata “La Colombera” in Vho di Tortona durante il suo corso di studi. Ovviamente nella realizzazione dei vigneti si è operato sino ad oggi secondo criteri di selezione massale, prelevando le gemme dai vecchi vigneti presenti e facendole moltiplicare dalle aziende vivaistiche secondo i protocolli di controllo sanitario.

Dal grappolo alla bottiglia

La storia della coltivazione del Timorasso ci insegna alcune cose. I vigneti erano nel passato diffusi soprattutto nella alta Val Curone, in Val Grue ed in Val Borbera, notoriamente selvaggia ed ostica per molte coltivazioni agricole. Ciò testimonia la rusticità del vitigno che predilige terreni poveri e marginali con limitato franco di coltivazione e altrettanto limitate riserve idriche. L’esposizione alla radiazione è certamente un elemento di qualità importante. Un dato interessante emerso dal lavoro di zonazione e caratterizzazione territoriale è la elevata performance qualitativa della cultivar ad altitudini superiori ai 250m slm.
Il sistema di allevamento della vite è la controspalliera con vegetazione assurgente e altezza del ceppo a 50 cm, mentre la potatura è mista con metodologia alla “guyot” ovvero con sperone e capo a frutto per un totale di 8 – 10 gemme (le prime quattro hanno generalmente fertilità ridotta). L’investimento del vigneto non scende mai sotto densità di 4000 ceppi per ettaro, ma in alcuni casi si superano i 7000. La produzione difficilmente supera i 70 q per ettaro, mentre più frequenti sono quantità di 60 –65 q (inferiori al limite consentito dal relativo disciplinare che è di 80 q), valori ai quali si arriva con un diradamento quasi sempre necessario come lo è la gestione oculata della chioma in estate, periodo durante il quale vengono effettuate sfemminellatura e defogliazione della fascia dei grappoli. Nessun vigneto di Timorasso condotto dai soci dell’Obertengo viene irrigato.
Quanto al profilo enologico, l’idea di una vinificazione ed affinamento con criteri da tutti condivisi è stata voluta ed accettata con entusiasmo dai soci. Tutto ciò prende forma da un bassissimo impatto tecnologico, il minimo consentito. Le uve mature vengono pressate in modo soffice con pressa pneumatica, mentre il mosto viene separato dalle parti grossolane a mezzo di una decantazione statica a basse temperature. Il prodotto, così grossolanamente pulito, va in vinificazione previo ripristino della temperatura idonea e dell’inoculo con lieviti selezionati. La fermentazione procede sino all’esaurimento degli zuccheri e la durata del periodo è proporzionale al livello degli stessi. Molto spesso la gradazione alcolica supera 13.5%vol.
Successivamente alla fermentazione alcolica viene effettuato il travaso avendo cura di lasciare la maggior parte delle fecce fini sospese nella massa che andrà in affinamento. La durata del periodo di affinamento, che viene realizzata in acciaio inossidabile per tutti i vini Timorasso dell’Obertengo, non è quasi mai inferiore all’anno e durante questa fase vengono degustati i campioni prelevati dalla vasca di ciascun socio dal collettivo dei produttori per controllare e verificare lo stato degli affinamenti. Periodicamente vengono risospese le fecce fini in vasca tramite l’ausilio di un agitatore. Contemporaneamente si svolge sempre e completamente la fermentazione malolattica, senza procedere a nessun inoculo di batteri.
Preme sottolineare quali siano gli effetti positivi della esperienza di condivisione del controllo organolettico della fase di affinamento. Ciò consente, infatti, lo scambio proficuo di informazioni al fine di ottimizzare le scelte che ognuno dovrà poi compiere singolarmente nella propria realtà aziendale.
Appena prima o dopo la vendemmia dell’anno successivo il vino viene preparato per l’imbottigliamento: il protocollo prevede una filtrazione blanda a farina fossile, una analisi chimica dei principali parametri chimici, l’eventuale aggiunta di so2 e la stabilizzazione a bassa temperatura. La messa in bottiglia avviene per mezzo di una tecnologia mobile acquistata dal consorzio, previa filtrazione su membrana a porosità 1µ.
Le stazioni disponibili sulla imbottigliatrice mobile dopo l’housing sono: risciacquo con microfiltrazione, preevacuazione con N2, riempimento, tappatura sottovuoto.
Un periodo di maturazione è sempre necessario: il Timorasso offre le sue peculiarità dopo un lungo affinamento in bottiglia. In ogni caso non vengono offerte sul mercato bottiglie prima del secondo Natale successivo alla vendemmia.

Dati analitici

resa uva vino: come da disciplinare, 65%
estratto secco netto: sempre superiore a 24g/l
acidità totale: tra 6 e 7 g/l
pH: tra 3.15 e 3.25
solforosa totale: mai superiore a 80mg/l
zuccheri residui: mai superiori a 4g/l
alcol svolto: sempre superiore a 13.5% vol

Dati aggregati Timorasso

Ettari coltivati 42
Ettari in produzione 23
Aziende impegnate 30 27 sui colli tortonesi
1 a Gavi
1 Monferrato Casalese
1 Val Borbera
Produzione media annuale 120.000 bottiglie ca in 18 aziende

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